Mediare non vuol dire separare

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31 Agosto 2015 - posted by Stella Morana

In questa rubrica abbiamo finora dato fiato alle trombe di una generica mediazione famigliare, cercando di restituire il suo senso più ortodosso, ovvero quello che la relega ad accompagnare le coppie in crisi verso una civile e il più possibile serena separazione, salvaguardando il benessere delle parti in gioco e, in particolare, delle figure più deboli che vi sono coinvolte, bambini in primo luogo.

Tuttavia, chi come noi opera nel vivo di questa professione sa' invece, e molto bene, che tale rigida impostazione raramente corrisponde alla realtà delle situazioni che si incontrano.

La coppia, infatti, giunge in mediazione più carica di dubbi che di certezze sul proprio destino e il vero lavoro del mediatore consta, prima di tutto, nel dipanare la nebbia che avvolge le parti affinché queste abbiano gli strumenti per scegliere ciò che davvero corrisponde al proprio benessere individuale e famigliare.

Tale ricorrente necessità esclude, ipso facto, qualsiasi posizione preconcetta: sia che vada nella direzione della separazione, sia che sproni a cercare la ricongiunzione.

Il mediatore, come abbiamo già accennato in questi nostri articoli, è un terzo imparziale e tale imparzialità dovrebbe vietargli di sostare, nella sua funzione, in qualsivoglia posizione preconcetta. Egli usa i suoi strumenti, le sue tecniche e le sue strategie per ridimensionare, assorbire il conflitto; riaprire la comunicazione ristrutturandone i deficit, ripristinare il concetto di unità familiare; se poi tutto questo volge alla separazione o a una volontà di ristrutturazione coniugale è una decisione che riguarda le parti e non il mediatore.

In questo senso possiamo immaginare la mediazione familiare come quel processo che accompagna due o più soggetti coinvolti in una relazione profonda - che in qualche modo sta attraversando una situazione critica - a comprendere, anzitutto, i motivi di questa criticità e il disagio che produce in ognuno che ne è coinvolto. In un secondo momento si lavorerà insieme alla coppia su come trasformare la loro relazione affinché torni a produrre dinamiche il più possibile positive e costruttive, in modo tale che il ciclo vitale di quella relazione non si spezzi e ognuno possa continuare a esercitare il proprio ruolo, sia esso coniugale, genitoriale, amicale, parentale o di qualsivoglia ordine e grado venga ritenuto rilevante dai soggetti in relazione.

Così descritta la mediazione familiare, non solo lascia ampio spazio di manovra alla ricerca dei bisogni e dei desideri dei veri attori della mediazione - le parti - ma si amplia andando oltre la coppia in senso stretto, per includere tutti i possibili modelli di famiglia e, tra questi, tutti componenti che quella famiglia considera tali, accrescendo le opportunità di intervento e, soprattutto, di comprensione - intesa sia in senso fisico (prendere con sé), sia in senso psichico (capire).

Il superamento del concetto di mediazione famigliare come processo di separazione della coppia coniugale in crisi, apre, di fatto, la mediazione al mondo delle relazioni intime umane ed eleva il mediatore a figura capace di aiutare queste relazioni a ricucire il vestito costruttivo dei loro legami.

La mediazione famigliare non è dunque l'anticamera della separazione, ma un processo di intervento costruttivo in soccorso di una crisi relazionale che coinvolge due o più soggetti il cui legame, a prescindere dal sangue o da contratti sociali, sia per entrambi importante. In tutti questi casi può intervenire il mediatore famigliare per provare, appunto, a ri-mediare la situazione di difficoltà che i soggetti coinvolti stanno attraversando aiutandoli a immaginare e a costruire un futuro migliore.

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